In Italia, le reazioni al servizio di “60 Minutes” sull’olio d’oliva vanno dalla rabbia alla determinazione
Un servizio dedicato al coinvolgimento della mafia nell’agricoltura italiana, e in particolare nel settore dell’olio d’oliva, trasmesso il 3 gennaio dalla rivista “60 Minutes” della CBS News, ha naturalmente suscitato diverse reazioni. Prendendo spunto dai recenti scandali relativi all’olio d’oliva adulterato, il corrispondente della CBS News Bill Whitaker ha sollevato il sospetto che la mafia possa aver infiltrato l’intero settore del “Made in Italy” […]
Un servizio dedicato al coinvolgimento della mafia nell’agricoltura italiana, e in particolare nel settore dell’olio d’oliva, trasmesso il 3 gennaio dalla rivista “60 Minutes” della CBS News, ha naturalmente suscitato diverse reazioni.
Prendendo spunto dai recenti scandali relativi all’olio d’oliva adulterato, il corrispondente della CBS News Bill Whitaker ha sollevato il sospetto che la mafia possa aver infiltrato l’intero settore del “Made in Italy”, con un fatturato annuo stimato in 16 miliardi di dollari. Le parole del conduttore, «Le imitazioni mafiose di olio d’oliva, vino e formaggio di pregio hanno alimentato un’esplosione della criminalità alimentare in Italia», hanno colpito al cuore il settore alimentare italiano.
Vedi anche: 60 Minutes: Agromafia
. Il delicato argomento è stato dibattuto dalle testate specializzate con, da un lato, proteste e obiezioni e, dall’altro, un approccio umile, proattivo e determinato, volto a valorizzare l’eccellente lavoro di migliaia di produttori onesti – oltre 700.000 aziende agricole – orgogliosi di portare la qualità del vero “Made in Italy” nel mondo.
Che senso ha aiutare la stampa americana a utilizzare stereotipi negativi sul nostro Paese?
Sulla rivista OlioOfficina, una lettera polemica del presidente del consorzio CEQ, Elia Fiorillo, indirizzata al ministro dell’Agricoltura, Maurizio Martina, ha lamentato le ripercussioni del servizio di «60 Minutes». «L’olio d’oliva italiano, preso di mira consapevolmente, ne esce profondamente screditato», ha affermato Fiorillo, prima di chiedere al ministro: «Che senso ha aiutare la stampa americana a utilizzare stereotipi negativi sul nostro Paese?»
Poiché la produzione nazionale non è affatto sufficiente a coprire il consumo interno e gran parte delle esportazioni italiane è costituita da miscele di origini diverse, secondo Fiorillo la soluzione per salvaguardare gli interessi economici e sociali «è quella di tutelare entrambi i prodotti esportati» con un’etichettatura inequivocabile, che riprende una precedente proposta del CEQ volta a istituire un riconoscimento ufficiale per l’«Olio Extra Vergine di Oliva Italiano di Alta Qualità».
In una critica mirata alle motivazioni alla base del servizio di «60 Minutes», Fiorillo ha chiesto un’«iniziativa urgente, ufficiale e autorevole da parte delle istituzioni di questo Paese, in grado di disarmare sia coloro che hanno legittimamente interesse a sottrarci quote di mercato, sia coloro che cercano di mascherare le proprie inefficienze storiche con operazioni mediatiche populiste».
Con un tono diverso, Alberto Grimelli ha scritto sul blog Teatro Naturale che «Bill Whitaker ha invece reso un buon servizio».
«Ciò che emerge dalla trasmissione è che l’Italia, nonostante l’agromafia, è ancora presente nel sistema agroalimentare nazionale, è un Paese dotato degli anticorpi, sia nei sistemi di controllo che nella società civile, per combattere questo flagello».
«Bill Whitaker avrebbe certamente potuto essere molto più severo con l’Italia», ha scritto, «ma fortunatamente per noi è evidente che ama l’Italia e il buon cibo italiano». È rimasto colpito dal fatto che Whitaker abbia definito l’olio d’oliva «il cibo di Dio» e ha affermato che non è stata una coincidenza che sia stato presentato il frantoio di Nicola Clemenza, descritto come un eroe della società civile per aver organizzato un gruppo di produttori siciliani per combattere la mafia, nonostante abbia subito gravi intimidazioni.
La battuta in onda secondo cui il NAS era come l’«FBI del cibo» è stata efficace, almeno per mostrare l’attuazione dei controlli, e Grimelli ha ricordato ai lettori che solo pochi giorni prima di «60 Minutes», i ministri dell’Agricoltura e della Giustizia avevano presentato un disegno di legge con nuove norme per combattere il lavoro nero, una tattica ben nota della criminalità organizzata.
Ha detto di sperare che il programma fosse visto «dai membri delle Commissioni Agricoltura e Giustizia della Camera dei Deputati, chiamati a esprimersi su un progetto di decreto legislativo che depenalizzerebbe alcuni reati relativi all’etichettatura degli oli d’oliva, che possono essere indice di reati più gravi».
Il controllo mafioso sull’olio d’oliva al centro del servizio di «60 Minutes»: interessante, ma non tutto l’olio d’oliva italiano è così https://t.co/ZigWjojjmy
— Antonio Brunori (@AntonioBrunori) 8 gennaio 2016
Dando uno sguardo ai social network, calderone caotico ma rivelatore dei sentimenti della gente, alcuni gruppi di utenti legati al settore dell’olio d’oliva hanno manifestato disappunto e vivaci proteste contro le accuse che sembravano gettare fango sull’intera produzione italiana di olio d’oliva. Ma non sono mancati appelli per una promozione più efficace dei prodotti di alta qualità, che non ha nulla a che vedere con la produzione di massa che si intreccia con i percorsi dell’agromafia.
Tra produttori, tecnici, esperti e degustatori è emerso un sentimento simile e omogeneo: un desiderio sano e onesto di combattere i problemi della contraffazione causata dall’infiltrazione della criminalità organizzata – che, come qualcuno ha sottolineato, non è solo un problema italiano – potenziando gli strumenti legislativi, la consapevolezza dei consumatori e la promozione dei prodotti alimentari di qualità.
Un produttore toscano ha affermato: «Una soluzione potrebbe essere quella di rafforzare la distinzione tra i prodotti commerciali – che ovviamente sono generalmente più esposti alla minaccia della contraffazione – e gli oli d’oliva di alta qualità, che – e questa deve essere la buona notizia – rappresentano la stragrande maggioranza della produzione italiana».