Come il cibo italiano è diventato americano quanto la torta di mele
Un nuovo libro di John F. Mariani spiega come gli immigrati italiani alla fine dell'Ottocento abbiano portato con sé idee culinarie che avrebbero rivoluzionato il panorama gastronomico americano.
Nel suo nuovo libro, “Come il cibo italiano ha conquistato il mondo”, John F. Mariani, corrispondente enogastronomico della rivista Esquire, traccia l’ascesa di una cucina attraverso la sua metamorfosi transcontinentale, da piatti contadini di provincia a ambasciatore culinario di una diaspora che domina sia la fascia alta che quella bassa della ristorazione. Sebbene il titolo di Mariani indichi una prospettiva globale, il libro si concentra esclusivamente sul cibo italiano in America e, in particolare, su come esso sia diventato cibo italo-americano, una specie a sé stante che rappresenta ancora l’Italia e la cultura italiana in tutto il mondo.
L'America ha una cultura e una cucina plasmate in gran parte dai suoi immigrati, e l'enorme ondata di 5 milioni di italiani giunti tra il 1880 e il 1910 portò con sé idee sul cibo che avrebbero completamente ridisegnato il panorama gastronomico americano. Più dell’80 per cento di questi immigrati proveniva dal sud povero e rurale d’Italia, da luoghi come la Sicilia e la Campania, dove sapevano poco di ristoranti ma avevano una tradizione di piatti semplici e sostanziosi che cercarono di mantenere nel loro paese d’adozione con gli scarsi ingredienti a loro disposizione.
Dal 1860, quando l’idea dei ristoranti divenne popolare in Francia, e per i 100 anni successivi, la cucina francese definì il modo di mangiare fuori. Era complessa e richiedeva tempo, un mondo sofisticato di raffinatezza che plasmava l’idea che la gente aveva di cosa significasse mangiare fuori. In questo contesto, le piccole pizzerie e le trattorie che servivano piatti italiani a base di pochi semplici ingredienti erano considerate mero cibo contadino, il cibo degli immigrati poveri.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la cucina italiana iniziò a farsi strada nella cucina americana, attraverso prodotti come le onnipresenti paste in scatola di Chef Boyardee e grazie alla crescente popolarità dei ristoranti italiani, alimentata dai viaggiatori americani di ritorno dall’Italia. Per decenni, però, gli ingredienti italiani autentici non erano ancora disponibili negli Stati Uniti. Fino agli anni ’80, ad esempio, era impossibile trovare olio extravergine di oliva in America.
Successivamente, il Consiglio Oleicolo Internazionale iniziò a sponsorizzare e promuovere la ricerca sulla salutare “dieta mediterranea”. Ciò coincise con il movimento Slow Food che stava emergendo da Torino, che enfatizzava l’approccio artigianale in stile europeo alla produzione di prodotti alimentari. Finalmente l’olio d’oliva fu distribuito negli Stati Uniti e il cibo italiano divenne più autentico, qualcosa che, come dice Mariani, è riconoscibile dagli stessi italiani come la loro cucina.
Oggi, le distinzioni regionali e micro-regionali della cucina italiana sono ben note agli americani e l’olio d’oliva è disponibile in ogni supermercato. L'idea di un cibo italiano semplice e autentico, preparato con ingredienti di altissima qualità, è diventata il nuovo standard della ristorazione in America, un fenomeno così diffuso che è difficile immaginare che non molto tempo fa le riviste popolari dovessero spiegare come si mangia una pizza.
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