Una mostra archeologica ripercorre la storia dell'olio d'oliva nel Mediterraneo
L'evento, tenutosi al Collège de France, presenta i ritrovamenti archeologici relativi al commercio e alla produzione dell'olio d'oliva nel Mediterraneo.
Una mostra al Collège de France di Parigi, istituzione pubblica con cinque secoli di storia dedicata all’istruzione superiore, alla ricerca e al dibattito, ha presentato regalieeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee�
“Vini, oli e profumi: un viaggio archeologico nell’antico Mediterraneo” ha offerto un’opportunità unica per esplorare la produzione e il commercio di olio d’oliva e altri prodotti alimentari nella Gallia romana, in Italia, in Grecia e in Egitto.
Curata da un team di esperti guidato dal professor Jean-Pierre Brun — archeologo sul campo e ricercatore senior del Consiglio Nazionale della Ricerca Scientifica francese (CNRS) che ha diretto il Centro Jean-Bérard a Napoli, base francese per l’esplorazione storica e archeologica dell’antica Italia meridionale — l’evento è stato anche un omaggio alla dedizione di una vita di Brun all’archeologia.
Vedi anche: L’olivo e le Olimpiadi: un legame anticoNella sua lezione inaugurale per la Cattedra di Tecnologia ed Economia nel Mediterraneo Antico, ha spiegato che durante l’Impero Romano, per ottenere un’organizazione e una razionalizzazione efficienti dei rifornimenti all’esercito e ai grandi centri urbani, la Sicilia e l’Egitto si erano specializzati nella produzione di cereali e la Gallia in quella del vino, mentre la Spagna [la provincia romana della Hispania Baetica, corrispondente all’odierna Andalusia] e l’Africa [principalmente la Tripolitania, l’area costiera nordafricana dell’odierna Libia] si specializzarono nell’olio d’oliva.
Secondo Brun, la centralizazione della produzione di beni agricolari in seguito alle esigenze del potere politico romano ha definito l’economia dei territori conquisti e ha contribuito alla struttura della campagna.
Ciò è evidente, ad esempio, nei resti di antichi oliveti nella Valle del Baetis, tra Córdoba e Siviglia in Spagna — la produzione di olio d’oliva baetico raggiunse il suo apice tra il I e il III secolo d.C. — e nel Sahel tunisino. Queste regioni non erano a priori adatte alla coltivazione dell’olivo.
Oggi l’olio d’oliva è destinato principalmente al consumo alimentare, ma la mostra ha ricoposo i suoi altri usi nell’antichità.
Era comunsemente usato per scopi medici e rituali, come ingrediente nelle creme per il viso e come unguento nei trattamenti di igiene personale e nei massaggi presso gli impianti sportivi e le terme greche e romane.
Inoltre, in quei tempi antichi, l’olio d’oliva veniva utilizzato anche per alimentare lampade a olio di vario tipo, alcune con più beccucci. Le lampade a olio erano usate per l’illuminazione interna nelle zone in cui la produzione era più fiorente.
Nella produzione di profumi e di altri oli profumati con proprietà terapeutiche, il prezioso oleum omphacium ricavato dalle olive verdi era spesso utilizzato come olio veicolante, in particulare nella Gallia romana, in Italia e in Grecia, fungendo da veicolo naturale nelle formulazioni profumate.
Una di queste antiche formulazioni era in mostra a Parigi e i visitatori hanno potuto anche annusarne la fragranza.
Ricreato grazie a una ricerca durata anni condotta dal Centro Jean-Bérard, l’antico rodinone, con la sua delicata fragranza di rosa, era molto popolare nell’antichità greca e romana ed è citato anche nell’Iliade di Omero.
Tra i reperti esposti figurava anche un modello in scala della profumeria dell’isola greca di Delos, che Challimaco (III secolo a.C.) considerava «la più sacra delle isole».
Le abbondanti e complesse testimonianze provenienti dagli scavi archeologici, dallo studio degli insediamenti, dei luoghi e delle forme di lavoro, dell’alimentazione e dei servizi igienico-sanitari hanno inoltre indotto Brun a riflettere sulle questioni relative alla crescita nell’antichità — frutto del benessere e dell’istruzione delle persone.
Questi risultati possono essere confrontati con le fonti scritte per aiutare a comprendere meglio i sistemi socioeconomici e tecnologici del passato.
Tuttavia, Brun ha scritto della difficoltà di affrontare la storia in tutte le sue dimensioni quando i dati disponibili riguardante la gente comune sono limitati.
Ha sottolineato che gli storici hanno a disposizione solo resoconti fattuali parziali, commenti letterari e iscrizioni, per lo più relativi alle classi agiate, considerando che “quasi tutte le fonti scritte dell’antichità sono andate perdute durante il Medioevo”.
Queste riflessioni sono rilevanti oggi per due motivi. In primo luogo, c’è il rischio di perdere un’eredità archeologica a causa della distruzione degli archivi materiali, ovvero quelli sepolti nel suolo e andati perduti a causa di lavori e riqualificazioni.
In secondo luogo, è stata prestata troppo poca attenzione alla ricerca archeologica sugli strumenti di produzione e sui mezzi di commercio associati ai resti lasciati dalla gente comune, priva del potere o della cultura necessari per fornire prove scritte.
L’attenzione prevalente degli studiosi verso l’epigrafia (lo studio delle iscrizioni sui manufatti antichi), la scultura, la pittura, l’architettura e l’urbanistica ha creato un pregiudizio storico a favore di chi deteneva il potere.
Pertanto, la recente mostra al Collège de France può essere considerata un riconoscimento dell’impegno coscienzioso e dedicato di Brun nel ricostruire una storia dimenticata delle masse rurali e urbane nei loro ruoli produttivi — compresa la storia della produzione e del commercio dell’olio d’oliva nel Mediterraneo — e un invito a riflettere su come anche la civiltà greco-romana, nonostante i suoi numerosi successi, abbia visto l’inizio del proprio declino.