L'olivicoltura torna nella regione più piccola d'Italia
La coltivazione dell’olivo si sta lentamente espandendo in Valle d’Aosta, grazie agli agricoltori che stanno recuperando terrazzamenti abbandonati, si stanno adattando a condizioni climatiche più miti e stanno progettando la realizzazione del primo frantoio della zona.
Situata all’estremità nord-occidentale dell’Italia e circondata dalle Alpi, la Valle d’Aosta è la regione più piccola del Paese e anche quella con la superficie olivicola più ridotta.
Stiamo riscoprendo l’olivo, che qui era già coltivato nell’antichità.
Secondo l’ultimo Censimento Agricolo dell’ISTAT, nel 2020 la regione contava poco più di 70 aziende olivicole. A titolo di confronto, la Puglia, la principale regione olivicola del Paese, ne aveva 161.009. Anche la superficie dedicata all’olivo in Valle d’Aosta è rimasta estremamente limitata.
Negli ultimi anni, tuttavia, sia il numero di coltivatori che la superficie dedicata all’olivicoltura hanno iniziato ad aumentare.
Da un’indagine condotta dall’Associazione Valdostana Olivicoltori (AVO) emerge che gli impianti sono passati dai 3.000 olivi del 2021 ai 5.000 odierni.
Il rinato interesse per la coltivazione dell’olivo è stato stimolato da una combinazione di fattori, tra cui il mutare delle condizioni climatiche e la necessità di proteggere i terreni rimasti in stato di abbandono a causa del calo del ricambio generazionale.
La tradizione olivicola della Valle d’Aosta ha radici antiche, proprio come nelle altre regioni del nord Italia. Documenti storici attestano la presenza di oliveti nella zona già nel 515. Nel 1635, lo storico Francesco Agostino Della Chiesa descriveva gli ulivi che prosperavano “in molte parti” della regione grazie alla sua favorevole esposizione a sud. Anche gli archivi della Collegiata di Saint-Gilles a Verrès riportano raccolte di olive negli anni ’70 del Settecento.

Un'indagine dell'Associazione Valdostana Olivicoltori indica che le piantagioni nella regione sono passate da 3.000 ulivi nel 2021 agli attuali 5.000. (Foto di Silvia Nicco)
Nel corso dell’ultimo secolo, gli olivi sono stati gradualmente messi da parte a favore di colture più redditizie come la vite. Oggi, però, la mancanza di ricambio generazionale ha lasciato molti appezzamenti a rischio di abbandono, specialmente su terreni accidentati dove non è possibile utilizzare attrezzature meccaniche.
Questo ha spinto molti agricoltori a tornare all’olivo, che può essere curato senza macchinari pesanti e contribuisce anche a stabilizzare i terreni terrazzati.
“Ho piantato i primissimi ulivi a metà degli anni ’80, ma siamo riusciti ad espandere la produzione e a produrre il nostro primo olio alla fine degli anni ’90”, ha dichiarato Dario Martinelli, contattato da Olive Oil Times per un aggiornamento su un’intervista del 2018.
È stato tra i fondatori della prima associazione di produttori per il Piemonte e la Valle d’Aosta nel 2003. Successivamente, nel 2021, ha co-fondato l’AVO e ne è diventato il primo presidente.

Silvia Nicco, presidente dell’Associazione Valdostana Olivicoltori, durante la raccolta nel suo uliveto a Donnas.
“Ho piantato il Leccino, che all’epoca era la varietà più adatta a queste condizioni pedoclimatiche, e in seguito ho aggiunto il Frantoio, che matura leggermente più tardi e consente una migliore gestione della raccolta”, ha detto Martinelli. “Ora il frutteto conta 180 alberi. In questa regione è difficile costituire grandi appezzamenti, perché il terreno è raramente disponibile e, quando lo è, viene solitamente venduto in piccoli lotti”.
Martinelli ha ricordato che i primi raccolti dovevano essere programmati tra una nevicata e l’altra. Negli ultimi anni, al contrario, le olive sono state solitamente raccolte in condizioni climatiche molto più miti. La sua osservazione sembra allinearsi con il cambiamento climatico che gli scienziati stanno documentando, anche nel rapporto di Olive Oil Times sul cambiamento delle temperature globali.
Attraverso la loro prima associazione, i coltivatori della Valle d’Aosta hanno organizzato operazioni di molitura nel vicino Piemonte, dove di solito portano ancora le loro olive per la spremitura.
“Alla sua fondazione, uno degli obiettivi principali dell’AVO era quello di portare, a lungo termine, un frantoio in Valle d’Aosta”, ha detto Martinelli. “Ora, un primo ciclo di finanziamenti regionali ci ha permesso di muovere il primo passo per renderlo possibile”.

La rinascita della coltivazione dell’olivo in Valle d’Aosta è stata determinata da vari fattori, tra cui i cambiamenti climatici e la necessità di salvaguardare i terreni abbandonati a causa del calo del ricambio generazionale. (Foto di Silvia Nicco)
Lo studio di fattibilità economica per il frantoio sarà presentato alla prossima assemblea dei soci dell’AVO.
«Ci sono due possibili siti, nei paesi di Donnas e Hône, e stiamo valutando dove poter realizzare la struttura, costruendone una nuova o restaurandone una vecchia», ha detto Silvia Nicco, che è diventata presidente dell’AVO nel 2024.
Nicco ha raccontato di essere diventata olivicola dopo aver ricoperto il terreno dove un tempo suo padre coltivava un vinedaio. Oggi produce olio da circa 90 alberi per uso familiare, come la maggiorparte dei soci dell’AVO.
L’associazione riunisce ora 80 olivicoltori e fornisce informazioni sulla gestione biologica degli oliveti, con il supporto di agronomi e agrotecnici.
“Si tratta di terreni difficili, caratterizzati da terrazzamenti impegnativi a cui non è possibile accedere con attrezzature meccaniche”, ha detto Nicco. “Riteniamo che la maggior parte dei nuovi frutteti venga impiantata su terreni precedentemente utilizzati per la produzione vinicola, che erano stati lasciati incolti a causa della diminuzione della successione generazionale. A causa della morfologia del terreno, i frutteti più grandi non contengono più di 300 alberi.”
“Tuttavia, è importante notare che la coltivazione dell’olivo non è in concorrenza con quella della vite”, ha aggiunto. “Piuttosto, essa recupera aree che altrimenti sarebbero abbandonate. Gli ulivi richiedono un approccio agricolo diverso e possono essere coltivati senza mezzi meccanici, il che ha contribuito a facilitarne il ritorno. Non si tratta di una novità. Stiamo riscoprendo l’olivo, che qui veniva già coltivato nell’antichità”.
Nicco ha detto che un membro dell’AVO ha recentemente creato un’etichetta, mentre altri stanno lavorando a progetti per portare sul mercato il loro olio extravergine di oliva ed espandere la produzione. Ogni anno, i coltivatori dell’AVO acquistano e piantano collettivamente da 400 a 500 nuovi alberi, con l’obiettivo di raddoppiare la produzione nel prossimo decennio.
“Questi terreni sono ripidi e terrazzati, caratterizzati dai tradizionali muri a secco che li sostengono”, ha detto Antonino De Maria, agronomo specializzato in olivicoltura in Piemonte e Valle d’Aosta. “Questa morfologia rende la coltivazione estremamente improvabile. L’impossibilità di utilizzare attrezi mecanici aveva reso la coltivazione della vinica molto costata. Per evitare di lasciare gli appezzamenti incolti, molti agricoltori hanno introduto l’olivo come pianta resistente e più facile da coltivare. Inoltre, contribuisce a mantenere l’integrità strutturale del terreno, proteggendolo dai rischi idrogeologici.”
La maggior parte degli oliveti si trova nella parte meridionale della regione, in particolare nei dintorni di Donnas, vicino al confine con il Piemonte. Gli agricoltori delle due regioni hanno spesso unito le forze per effettuare acquisti collettivi di alberelli e ridurre così i costi.
«Inizialmente, le varietà più diffuse erano Leccino, Frantoio e Pendolino», ha detto De Maria. «Negli ultimi anni, alcuni oliveti sono stati piantati anche con Leccio del Corno e Biancheria, una varietà autoctona della zona di Trieste».
Da un punto di vista agronomico, ha aggiunto, gli olivi della regione sembrano essere meno colpiti dalle malattie fungine grazie alla buona ventilazione, che aiuta a prevenire queste fitopatologie.
“Le condizioni di lavoro particolarmente impegnative, che hanno portato molti a definirla ‘agricoltura eroica’, continuano a far lievitare i costi di produzione rispetto ad altre zone”, ha affermato De Maria. «Eppure questo non ha scoraggiato gli agricoltori, il cui impegno contribuisce a preservare sia la bellezza del paesaggio che il suo equilibrio idrogeologico».